Giuseppe Biondo, il mezzadro che fece grande Santa Ninfa
di:
Salvatore Di Chiara - del 2026-01-26

(ph. nonsolomafiaofficial)
“Ci sono uomini che fanno la storia e storie vissute dagli uomini”. Una citazione mai banale. Mai. Questa è la storia di Giuseppe Biondo, ucciso nel 1946. Chi era Giuseppe e cosa rappresentò per il paese di Santa Ninfa? Partiamo dalle origini. L’Italia, scossa dalla crisi post conflitto mondiale, viveva uno dei periodi più bui di sempre. Le regioni del Sud - a partire dalla Sicilia - riversavano in condizioni critiche. Ripartire da zero significava - a priori - il rimodellamento di un sistema che aveva lasciato voragini “quasi irreparabili”. Tra riforme dell’ultima ora ed eventuali nuove leggi, si vociferava di una “Riforma Agraria” indispensabile. Per quali motivi?

Rivalutare le condizioni lavorative, i salari, le spartizioni dei coltivati e rimescolare il “senso di appartenenza alla terra”. Aspetti che, alla lunga, fecero la differenza con il passato recente. La nascita della Federterra fu un primo passo verso il rinnovamento. In breve tempo aumentarono gli iscritti e questo ebbe un peso specifico e d’impatto notevole nei confronti dei grandi proprietari terrieri e… non solo. In quest’ultimo caso, a causa dello stravolgimento dell’intero sistema agricolo, a farne le spese furono i sindacalisti e diversi iscritti.
A Santa Ninfa, da tempo un giovane del paese - anch’esso iscritto alla Federterra - mosse le coscienze dei mezzadri e lavoratori agricoli. “Il settore aveva bisogno di un rinnovamento”. Parole dette da un uomo qualunque, divenuto in poco tempo l’esempio da seguire. Il suo nome era Giuseppe Biondo. Lui, per amor di Patria e del suo paese, decise di rimanere nella sua terra. Una terra martoriata e difficile. Una terra da salvare e cambiare in qualsiasi modo. Da tempo esortava le masse a protestare. I modi poco ortodossi gravavano fisicamente ed economicamente. Non erano sostenibili. Nel frattempo, da altri comuni della regione, le morti di esponenti comunisti e sostenitori della “Riforma” avevano aperto crepe non indifferenti nella società civile. La mafia aveva messo le mani “sugli accusatori del sistema”.

La morte del Segretario della Camera del Lavoro di Sciacca, rag. Accursio Miraglia, era stato un
segnale forte. Di quelli che facevano male! Il buon Giuseppe non fermò la sua “ira funesta”, critica, aspra e continuò imperterrito nella sua lotta contro la disorganizzazione. Portò avanti - con coraggio - l’applicazione della legge Gullo. Questa abbatteva i latifondi (e latifondisti) e la redistribuzione delle terre incolte a cooperative di agricoltori. Giuseppe Biondo sosteneva che la divisione del prodotto doveva essere distribuita in un 60% per il mezzadro e il rimanente 40% per il proprietario.
Lo stesso sosteneva la ripartizione dei prodotti agricoli per sé e gli altri contadini della zona secondo il decreto. Leggi e volontà non condivise dai proprietari terrieri e dai gabellotti mafiosi. Sfrattato illegalmente dalla terra per incongruenze (secondo il proprietario), il mezzadro continuò la sua attività lavorativa nei terreni. Scelta che gli costò la vita.
Difatti la mattina del 22 ottobre del 1946, in una giornata come le altre, tra sudore e sacrificio, Giuseppe venne fatto fuori da un campiere del proprietario. Una vera e propria esecuzione. In quell’istante morì un’intera comunità. I tentativi di cambiare le sorti crollarono improvvisamente. E Giuseppe, la sua famiglia, i suoi amici, i suoi colleghi, persero definitivamente le speranze con il mancato processo ai danni dell’esecutore. Rimase impunito, in piena libertà. Una sconfitta dello Stato! Cosa rimane di Giuseppe? La cooperativa agricola a lui intitolata e la consapevolezza che i migliori non moriranno mai. Per sempre.
















