La Gibellina "dimenticata", rurale, affascinante, con stradine strette. Un territorio ricco di sfumature
di:
Salvatore Di Chiara - del 2026-02-17

“Gibellina è la Capitale italiana dell’arte contemporanea 2026”. In una cornice di pubblico non indifferente, il comune belicino è stato riconosciuto, con il dossier “Portami il futuro”, vincitore per l’anno in corso. Quante volte ci siamo chiesti come fosse Gibellina prima del terremoto del 1968? Una serie di scatti ne evidenzia la sua bellezza. Era un piccolo borgo. Era rurale, affascinante, con stradine strette. Era un territorio ricco di sfumature. Sì, di una Sicilia all’antica, impegnata a soffrire e patire le pene dell’inferno. E in questo modo, senza nulla togliere al presente “consumistico”, si viveva in tranquillità.

Ubicata a una distanza notevole rispetto al comune odierno, era l’acerrima rivale di Salaparuta. Voci di popolo dicono (le fonti sono tutte da verificare), che insieme all’amica Poggioreale, appoggiassero una “guerra a suon di riti popolari e proverbi dialettali”. Un modo per tornare indietro nel tempo, quando il campanilismo era il vero e unico protagonista trainante.
L’agricoltura e l’allevamento erano le uniche (e concrete) possibilità di lavoro. Grazie alla presenza di Don Stefano Caronia, arciprete della Chiesa Madre, la fede era entrata in casa delle famiglie gibellinesi. In lui, oltre allo spirito religioso, si concentrava una dura e aspra lotta contro l’oppressione. Facente parte del PPI (Partito Popolare Italiano), per tutti rappresentava il “prete sociale”. Grazie alla sua opera costruttiva contro i feudatari e gabellotti mafiosi, per tanti rappresentava un esempio da seguire. Alla sua morte (per omicidio - avvenuto il 17 novembre del 1920), per Gibellina si spalancarono le porte del cambiamento. Il paesino non poteva rimanere inerme di fronte alle gesta del suo mentore. Ma la vita continuò.

A partire dal 1916, con grande soddisfazione fu inaugurata la tratta ferroviaria Santa Ninfa - Gibellina. Disponeva di un fabbricato viaggiatori a due piani, affiancato da un magazzino merci. Venne soppressa nel 1972. La cittadina offriva scorci paesaggistici immersi nel verde. Il territorio volgeva lo sguardo verso il palermitano, poco lontano dai suoi confini. Le forme irregolari delle colline si tingevano di colori accesi a primavera e di un giallo paglierino durante i caldi estivi. Non mancavano i classici preparativi di “li pani di San Giuseppe” o la salsa ad agosto. E come dimenticare le ricorrenze natalizie e pasquali Per non parlare del Carnevale, uno dei momenti tanto attesi per “onorare” gli scherzi ai nemici salitani.
Cosa rimane di tutto questo? Il Cretto di Burri. Tra riprese amatoriali e scenografie fantasiose, il passato è andato dimenticato. Foto e immagini colmano il vuoto lasciato dal terremoto. Delle viuzze strette, della Chiesa Madre e gli altri edifici religiosi, dei panorami belicini e di tanto altro ancora, cosa rimane e rimarrà? Un pezzo di storia e… il ricordo di qualcuno.
















