"Nino Roppolo e il suo amore per Poggioreale", l'unico abitante a non lasciare la paese "vecchio"
di:
Salvatore Di Chiara - del 2026-03-15

(ph. ph. Salvatore Di Chiara)
“No, dico io, qua non c’è nessuno che mi nuoce, non ho mai fatto male a nessuno, e non aspetto qualcuno che mi faccia qualche mala azione”. Le parole di Nino Roppolo non rimarranno di certo nella storia. Anzi, a dirla tutta, fanno parte di un passato dimenticato. Chi era Nino? Perché si espresse in quel modo? Erano passati ben sette anni dal tragico terremoto che investì la Valle del Belice.

Sette lunghi anni che avevano lasciato un solco nella società civile. Interi paesi rasi al suolo, centinaia di morti, una fetta di Sicilia che non esisteva più. Tra i paesi maggiormente colpiti dall'evento, senza ombra di dubbio, ci fu Poggioreale. Un piccolo comune del trapanese, anch’esso rimasto vittima del terremoto. I numerosi sfollati vennero trasferiti nella baraccopoli. Un popolo martoriato nell’animo e nella condizione economica. Tutti lasciarono la propria abitazione. A dir la verità non tutti. Inizialmente furono in due, poi ne rimase uno solo. Se Giorgio, il tunisino di cui non si conoscevano le generalità, andò via senza lasciare traccia, Nino era un poggiorealese purosangue. Sessant’anni, barba bianca, tarchiato, una vita di sacrifici e dedizione per il lavoro. Sì, lui era un sarto. Uno di quelli che sapeva fare bene il suo mestiere. E di abiti “ni sapia assà”.
Per un breve periodo - circa sei mesi - aveva vissuto nella baraccopoli. Poi lasciò spazio ai vicini e ritornò nella sua vecchia casa. Con un sorriso beffardo si prese “quasi” gioco delle baracche. “Se gli altri hanno un solo alloggio - due vani più un piccolo gabinetto - io ne ho due. Non ho luce, questo sì, me l’hanno staccata due anni fa. E ancor oggi attendo che venga riallacciata. E ancora: “La sera ceno a lume di candela. Una volta terminato è ora di andare a letto. Senza corrente elettrica soffriamo. L’alloggio diventa un frigorifero”. Nonostante un’ala della casa fosse inagibile, Nino non si lamentava. Quelle quattro mura rappresentavano tutto. Il suo passato, la malinconia. “Il paese era piccolo, ma formato bene.

Quando si festeggiava - il 13 giugno - la festa patronale (Sant’Antonio di Padova), le stradine si tingevano a festa. Veniva gente da tutti i paesi vicini. La gradinata della Chiesa Madre era illuminata. Il Santo lo portavano giù, tra le file di bancarelle illuminate, mentre suonavano le campane e sparavano i mortaretti. Poi c’era tanta gente dietro alla processione”. Nelle parole di Nino solo frustrazione e delusione. A pochi metri di distanza il piccolo orto. “Di sola verdura non si può campare, mi accontento. Non tornerò a fare il sarto, lascio spazio ai due giovani sarti. Ormai ci sono le confezioni: c’é la moda! Gli si stringe il cuore, Nino era una persona a modo, il suo mondo fatto di piccole cose. Accanto a lui una giara al canestrino pieno di pepe rosso e un obiettivo fisso. Quale? “Spero di arrivare a vedere il paese nuovo. Ma non ci credo.”
Una storia che è andata oltre l’aspetto sociale. Una società, quella civile, spesso malconcia e bistrattata. Nino Roppolo è stato uno dei pochi a non mollare. Stanco, triste, ha retto l’urto della sofferenza. In fondo, il suo è un racconto come tanti, e non dobbiamo dimenticare tutti coloro che persero la vita dopo il sisma del 1968.
















